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Come ogni anno sono sommersa da nastri, fiocchi, carta da regalo, bigliettini.
I pacchettini per i matti sono pronti, tutti luccicanti con i loro Babbo Natale di cioccolato.
Un regalo non dovrebbe essere qualcosa che pensi che l'altro desidera o che pensi che gli piacerà, dovrebbe essere una pennellata, un'istantanea: questo sei tu, così è come ti vedo.
Quest'anno avevo la tentazione di usare le mie decorazioni preziose, quelle che conservo per Daniele, un po' perchè volevo che mio padre le rivedesse ed un po' perchè mi manca mia madre. 
Credo che una madre sia quella che ti conoscerà meglio di chiunque altro nella vita; è la prima a vederti, l'unica che vede la tua cifra prima che strati e strati di maschere, illusioni e delusioni la ricoprano e sicuramente tu puoi cambiare e diventare qualcuno che lei non conosce, ma quella cifra non la dimentica e la riconoscerà in qualunque momento, se ce ne sarà bisogno. 
E fingerà di non sapere di cosa parli, se non ce ne sarà bisogno.

Ho conservato le bocce di vetro e la copertina bianca ed azzurra perchè è l'unica cosa che ha senso lasciare ai figli, la consapevolezza che una cifra esiste, che qualcuno l'ha vista e che è indelebile.

Ho un pensiero ultimamente che mi sembra un pensiero sbagliato, un pensiero da vecchia ed io non ho nulla contri i pensieri da vecchi se a pensarli sono i vecchi però so anche che alcuni sono sbagliati ed allora cerco di raccogliere prove ed evidenze a sconfermare questa mia idea da vecchia ma per ora non sono riuscita a scacciarla.
Mi sembra che le persone diventino sempre più fragili ed il peggio è che ho anche un'ipotesi sui motivi.  La gente vive in una realtà "teorica" vertiginosamente più ampia di quella del passato; sa tutto, ogni informazione è accessibile in tempo reale, può parlare con chiunque, e lo fa. E naturalmente ha l'impressione di pensare, tutti l'abbiamo, ma il pensiero richiede tempi più lunghi, richiede pause e solitudine e perfino "azione".

Ieri sera tornando a casa pensavo che se uno dovesse farsi un'idea delle quarantenni e dintorni girando per il web, blog e social network eccetera, sarebbe un'idea ben triste.  Poi pensavo alle mie colleghe così lontane da quello stereotipo di donna in carriera ma con ironia, che non parlano mai di cerette o fidanzati o di uomini e Uomini e non ti raccontano se stesse, e pensavo al loro rapporto con i colleghi maschi, all'affetto scevro di melensaggine, e magari sarà questo lavoro che attira persone di un certo tipo non lo so, può darsi che non si debbano avere eccessivi problemi di cellulite e di autostima

Io ho sempre badato molto alla forma. Forse i formalismi sono espressione di poca genuinità e di ipocrisia ma la forma la dice lunga sulla sostanza. Ai deboli piace pensare che la forma sia la manifestazione di un autocontrollo patologico ed un po' vetusto, patrimonio di chi non è in contatto con le proprie emozioni; io non sono mai riuscita ad associare l'incontinenza alla libertà. Essere innamorati di ogni propria increspatura dell'anima magari è libertà; ritenere che vada immediatamente resa pubblica invece non è onestà, è stupidità. 
Le persone prive di autocontrollo sono persone prepotenti, sempre. 

Probabilmente esagero quando dico che la mia testa non è cambiata in 50 anni eppure ieri sera mi sono sentita nello stesso identico modo di quando entravo al mattino nelle stanze dei ragazzi per svegliarli. 
Agli altri è difficile capire che le cose che contano per me (le cose di cui ho bisogno) non sono quelle che cerca la maggior parte della gente. Non che io sia un'eccezione, ho trovato molti simili a me negli anni, spesso tra i colleghi vecchi e nuovi, ma anche fuori.  In segreto ho la convinzione che condividamo una visione "estetica" dell'esistenza, ma mi sarebbe difficile  spiegare cosa intendo. 
Magari agli occhi degli altri la mia vita sembra noiosa; a me pare insopportabilmente noiosa la loro, al punto che a volte sono persino imbarazzata.

Succede che io abbia l'impressione di vederti girare l'angolo davanti a me e che accelleri il passo per raggiungerti chiamandoti a voce alta, e che mi sembri poi di sentire l'odore del tuo giaccone a quadri rossi e neri e persino il tocco della tua mano su braccio mentre ci infiliamo in un bar. Con te, come con tutte le persone che ho amato di più, i ricordi sono soprattutto invernali.
Una volta siamo andati assieme ad un funerale e ci siamo scambiati una promessa reciproca; io non l'ho mantenuta e probabilmente tu lo avresti fatto, invece. 
Ma sai, quando sei morto sei diventato una specie di patrimonio universale, o una s.p.a di cui tutti sembravano essere l'azionista di maggioranza, ho pensato che avresti capito.

Non credo ti sarebbe piaciuta molto la celebrazione durata mesi dopo la tua morte e mi dispiace, sul serio, di non essermi presa cura del tuo cane. 
Ma poi insomma è andata così, un'idea un po' naife dei tuoi desideri, cibo ed alcol e foto che passavano di mano e ricordi sorridenti. 
Va da sè che ognuno ha fatto del proprio meglio perchè è vero che a volerti bene erano in molti; ma non posso fare a meno di pensare che alla tua morte, alla morte, dovrebbe seguire il silenzio.
E la cura di cani.

Ieri sono uscita con Ivano. Ivano è uno di quei pazzi che la gente guarda, uno di quelli tradizionali alla qualcuno volò sul nido del cuculo; ieri portava anche un grande cappello trovato chissà dove. 
Uscire con i pazzi non è troppo diverso da quando portavo fuori Orso: la gente fa un passo indietro. A volte se sono sopra pernsiero mi viene da dirgli "può accarezzarlo, non morde". In effetti un'analogia con i cani c'è, ed è che chi non li conosce li considera imprevedibili e chi li conosce sa che non lo sono affatto.
Ma devi conoscere bene ognuno di loro, per capire cosa improvvisamente lo allarma nella corsia della biancheria intima per uomo.Il  mondo dei pazzi è generalmente un mondo di segni e di significati, cosa a cui noi siamo sempre meno abituati. La nostra sciatteria simbolica ci rende i pazzi più alieni ed incomprensibili di quanto in effetti siano. Quando esci con loro la gente ti guarda come se tu fossi un domatore di circo un po' avventato, mentre in realtà sei solo un interprete.

Io non sono un portento di autoironia. Talvolta faccio dei goffi tentativi ma sono a disagio; mi sento più portata ad una certa sacralità, riguardo a ciò che mi concerne. 
D'altro canto più o meno la totalità delle persone che conosco sono convinte di esserein massimo grado autoironici, e quasi nessuno di loro è nel giusto. 
Credo dipenda dal fatto che scambiano spesso l'autoironia con la lamentosità e si infilano in contorti tentativi di venire rassicurati. 
Un discorso analogo di potrebbe fare per il senso dell'umorismo: avete mai conosciuto qualcuno che afferma serenamente "oh, io ho il senso dell'umorismo di uno scaldabagno"? Probabilmente no, nonostante il senso dell'umorismo sia qualità altrettanto rara della capacità di autoironia.
Che sono caratteristiche grandemente desiderabili, nessuno lo nega. Ma si può essere delle persone piacevoli anche essendo privi. 
Al contrario della convinzione errata di possederle, che rende fastidiosamente molesti.

I miei colleghi appartengono alla generazione dei 30/40enni. Hanno mogli e figli piccoli o fidanzate e mutui o nessuna di queste cose. Fanno un lavoro difficile che non gli procurerà nè fama nè molte gratificazioni ed hanno un senso dell'umorismo da casa dei matti difficilmente comprensibile all'esterno. 
Le colleghe talvolta portano abiti vezzosi con una goffaggine meravigliosa e sotto sotto hanno tutte un istinto materno.
A differenza della mia generazione sembrano avere fatto pace con un sacco di cose e ridono spesso. Avendo a che fare con i bambini interiori dei pazzi, i loro non sono molesti ed immagino giochino silenziosi da qualche parte.
Hanno in uggia tutti i Peter Pan del mondo e le Campanellino

Credo che la buona fede sia inversamente proporzionale al QI di una persona. 
"Ero in buona fede" significa "Non avevo capito un accidente", che è plausibile nel caso uno abbia l'intelligenza di uno scaldabagno. Negli altri casi la traduzione esatta sarebbe "ho preferito fingere di non vedere/capire le cose per motivi miei"  Che  sarebbe  un comportamento legittimo come qualunque altro se poi le persone non pretendessero una sorta di assoluzione invocando, appunto, la buona fede. Perchè non puntare allora sull'infermità mentale, o sulla momentanea incapacità di intendere e di volere? 
Le persone si affannano a rivendicare il loro sacrosanto diritto alle "scelte, ma dovrebbero specificare meglio la clausoletta in fondo, quella in lettere minuscole: voglio fare le mie scelte e pretendo che vengano in ogni caso approvate e che ogni conseguenza venga considerata esclusivamente in considerazione delle mie intenzioni e non dei risultati effettivi.  Sarebbe più onesto, no?
A me personalmente, quando qualcuno sostiene di essere una persona che si assume le sue responsabilità, iniziano a suonare tutti i campanelli d'allarme possibili, un po' come quando qualcuno afferma di essere sincero, per capirci. 

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